il teatro elisabettiano (l’Humus che vide splendere il fulgore di Shakespeare) rafforza e in un certo senso documenta (Theatrum Orbis, edizione italiana a cura di Tiziana Provvidera, che ne ha anche scritto una acuta prefazione, Aragno editore). Fino al tardo ‘500 l’Inghilterra si era tenuta insularmente immune dai contaminanti germi neoplatonici che illignavano nell’Europa continentale, dall’Italia alla Francia, principalmente, ma anche nel mondo germanico, in Polonia, ecc., serbando così la sua “purezza” medievale. Ma le idee traversano i mari e quando trovano il terreno adatto illignano e illuminano, magari tramite fantasma, anche le tenebrose mura di Elsinore, quando Amleto ammonisce Orazio con la celebre frase: “Vi sono più cose in cielo e in terra, di quante se ne sognano nella vostra filosofia”. E il tramite di questa invasione e proprio il teatro “specchio del mondo”, e anche del cielo, persino come struttura architettonica, oltre che poetica e filosofica e caposaldo di quella “arte della memoria” che contrassegna gran parte della Rinascita e che ha nel teatro appunto il suo agone naturale. Appunto al teatro è dedicata questa fatica della Yates. In particolare al teatro di Shakespeare, il grande “Globe Theatre” la cui struttura architettonica rispecchiava – secondo la ricostruzione della Yates – nella stessa geometria sua e del palcoscenico, poi ricopiata da altri teatri dell’epoca – il “teatro del mondo”, la corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo. E lo strumento che consente di porre in relazione l’edificio e il suo significato cosmologico, è la matematica, le leggi di armonia e proporzionalità esposte da Vitruvio nel De architettura e codificate successivamente da Alberti. L’accesso al mondo dei significati cosmologici e divini è garantito solo dal numero e dalle sue leggi: torna in ballo Luca Pacioli e il “de divina proportione”, almeno nella lettura magico cabalistica che ne fanno gli esoterici rinascimentali, aldilà delle meraviglie estetiche della sezione aurea. Esponente di questa tendenza e apostolo di una rinascita degli studi matematici in Inghilterra fu un singolare personaggio, John Dee, uomo di vastissima cultura ed interessi, autore di una celebre prefazione nota allora in tutta Europa all’edizione inglese degli Elementi di Euclide, che diverrà una specie di manifesto della nuova scienza, e assertore della necessità di introdurre le matematiche e la geometria nelle arti meccaniche e nell’architettura, ma demonizzato e deriso dei suoi contemporanei e conterranei, fino all’800, come stregone e folle ciarlatano, e persino – cosa capitale nell’Inghilterra seicentesca! – papista ed eretico anche per i suoi blasfemi interessi matematici, e per la convinzione, espressa apertamente, che il numero sia la misura e il peso dell’universo: “lo stesso contare – spiega la Yates – gli stessi principi di numero, peso e misura vanno rintracciati (secondo Dee) nell’uomo (oltre che nell’universo) perché l’uomo rappresenta un “microcosmo” o mondo inferiore”. La fama di stregone Dee se la guadagnò proprio tramite il teatro, quando in una rappresentazione al Trinity College fece, con trucchi meccanici, “volare” a vista uno scarabeo… ma la commistione tra interessi scientifici e matematici ed esoterici – che del resto erano ben manifesti di un altro rinascimentale inglese di poco successivo a Dee, Robert Fludd, medico paracelsiano, e pare, affiliato ai Rosacroce – erano il carattere dell’epoca, e i suoi interessi matematici non trattennero Dee – morto in tarda età e in estrema povertà – dall’affidare alla fine a un “diario spirituale” la cronaca dei suoi tentativi di evocare gli angeli. Il che non impedisce alla Yates di paragonarlo addirittura a Netwon: la religiosità di Dee, scrive “era la religione di un matematico che credeva che la creazione divina fosse sostenuta da forze magiche. Se sostituiamo la meccanica alla magia quale forza operativa utilizzata dal creatore, la religione di Dee non appare poi così distante da quella di Isac Netwon”. E la storica britannica ammonisce: “Il pensiero di un uomo dovrebbe… essere considerato a 360 gradi, includendo non solo quegli aspetti che un contemporaneo può ammirare, ma anche quelli che può trovare senz’altro ostici”. E la sua insistenza sulla matematica come chiave di volta per la comprensione del mondo, lo rende senz’altro ben più efficace, secondo la storica britannica, del postero Francio Bacon, perché – sotto linea giustamente la curatrice citando la stessa Yates – “La prefazione matematica di Dee ( agli Elementi di Euclide) è più importante dell’Advancement of learning di Bacon, pubblicato 32 anni più tardi, perché Dee capii pienamente e sottolineò l’importanza capitale degli studi matematici per lo sviluppo della scienza, mentre come tutti sanno, Bacon sottovalutò l’importanza della matematica” e perciò “il suo metodo non ottenne risultati importanti in ambito scientifico”. Per Dee comunque il teatro (“speculum orbis”, specchio del mondo) è il tramite materiale, il luogo ove lo spirituale e il materiale, la vicenda celeste e quella umana, si compenetrano: rapporto che, obbedendo all’insegnamento di Vitruvio, è esprimibile solo utilizzando rigorosamente le regole matematiche e geometriche, che del divino sono espressione. Un concetto che Fludd, di poco più giovane, riprenderà nel suo monumentale Utriusque Cosmi Historia, tra le cui tavole appare tra l’altro una raffigurazione di un palcoscenico che la Yates attribuisce al Globe shakespeariano. Palcoscenico che oltre ad essere luogo ove si rappresentano e sviluppano le passioni umane costituisce altresì il “teatro del mondo”, “una rappresentazione del cosmo in cui l’uomo… decolla nel mondo dell’allegoria morale”. La Repubblica 5 luglio 2003 (inserto cultura)