consapevole che ne sarebbe uscito salvo ma così trasformato da renderlo probabilmente irriconoscibile. Eppure oggi sento ancora il bisogno di proporre delle considerazioni perché mi pare sempre più evidente che si eviti di dare spazio alle nuove forme che la teatralità assume in relazione allo spirito del tempo. Sembrerebbe infatti che proprio la teatralità fuoriuscita dai nostri templi, stia seguendo una trasformazione tale da indicare un esito per nulla scontato che potrebbe addirittura presagire la fine di tutte le arti. Come appare evidente rimane irrisolta la contraddizione, così lucidamente prevista da Walter Benjamin, che se da un lato ha reso possibile l’accesso all’arte da parte delle masse, dall’altro l’ha, però, privata della sua aura. E che, in seconda battuta, il teatro, vera cenerentola, pur mantenendo, unico, l’aura, è relegato ad essere arte solo per pochi. Benjamin non era poi tanto rammaricato da questa perdita di aura, perché in essa vedeva un sostrato religioso-sacrale che ne accompagnava la fruizione da parte della borghesia, impedendo l’instaurazione di un nuovo rapporto tra l’arte e le masse. Allora viene da chiedersi perché l’arte abbia fallito mentre la teatralità pur fuoriuscita dai perimetri ufficiali stia permeando tutta la società (che non a caso ormai definiamo dello spettacolo) senza per altro essere riconosciuta come nuova arte. Vi è un concetto, espresso da Edgard Wind, nel suo Arte e Anarchia, secondo il quale l’artista è stato per secoli un potente interprete delle vicissitudini e delle scoperte della scienza, ma che a partire dall’800 questo rapporto sia gradualmente venuto meno, impoverendo sia l’arte così come la scienza. Pur condividendo in parte questa visione, quello che per me maggiormente salta agli occhi è che l’arte contemporanea ha sposato solo la parte superficiale delle scoperte scientifiche, rimandando, almeno per ora, l’accettazione di un profondo cambio di paradigma nel rapporto con la realtà così come la stessa scienza ce la propone. In altre parole, se il nostro tempo, riducendo il tutto ad un personaggio, è einsteiniano, l’arte rimane prevalentemente netwoniana. Credo che il motivo risieda prevalentemente in una paura degli artisti di una trasformazione del proprio ruolo, almeno per quanto riguarda la dimensione genio/creatore/proprietario di un’opera in quanto tale, con il rischio di essere riassorbiti tra le fila della comunità che ormai ha raggiunto o riconquistato un certo livello di creatività, così da non aver più bisogno, in senso assoluto, di qualcuno che la rappresenti. Per avvalorare questa ipotesi, vorrei, come del resto non è nuovo dalle pagine di questa rivista, evidenziare ancora una volta le profonde implicazioni che le conoscenze scientifiche hanno sulla nostra vita quotidiana, sulle nostre abitudini, i nostri costumi e in ultima analisi, come ha ben dimostrato H. Marshall McLuhan, sul nostro sistema comunicativo, perché è la mancata soluzione di questa dicotomia tra l’utilizzo dell’orpello della modernità e la profonda trasformazione della propria sensibilità, che non permette il pieno compimento di quella speranza e convinzione di Benjamin che l’arte, pur perdendo l’aura, avrebbe comunque assolto ad una missione di trasformazione della società verso un più alto livello di consapevolezza. Ora una tra le più importanti le scoperte della scienza ed in particolare della fisica riguarda la questione del tempo, o meglio il tempo è un’illusione? La nostra percezione ordinaria del tempo fa parte di un modo di pensare “naturale”, ma in realtà non ha fondamento scientifico. Le equazioni della fisica non ci dicono quali eventi si stanno verificando proprio adesso: sono come una mappa senza l’indicazione “voi siete qui” (secondo una bella descrizione di Craig Callender) e quello che risulta dal dibattito attuale è che il tempo, sì esiste, ma non è fondamentale, serve forse alla narrazione ma non ci spiega, così come lo intendiamo, nulla sulle reali relazioni tra gli oggetti e tra gli eventi. La meccanica quantistica infatti afferma che gli oggetti hanno un insieme di comportamenti molto più ricchi rispetto a quello descritto da grandezze classiche come posizione e velocità, tanto che due sistemi descritti da stati quantici identici possono evolvere diversamente e l’esito degli esperimenti può essere solo probabilistico. E’ proprio questo è il centro di tutta la mia riflessione, quella dimensione probabilistica che dovrebbe consentire all’artista di intraprendere nuovi e più coraggiosi cammini, visto che come ha osservato il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, il tempo in realtà non scorre di per sé, e che il suo scorrere apparente è il risultato del fatto che “poniamo surrettiziamente nel fiume un testimone del suo corso”. Quindi la tendenza a credere che il tempo scorra è dovuta al fatto che dimentichiamo di inserire nella rappresentazione noi stessi e i nostri collegamenti con il mondo. Merleau-Ponty parlava della nostra esperienza soggettiva del tempo, e fino a poco tempo fa – ironia del linguaggio… - nessuno avrebbe immaginato che lo stesso tempo oggettivo si potesse spiegare come risultato di questi collegamenti. In questa rappresentazione il tempo fisico emerge perché ci consideriamo separati da ogni altra cosa. Così solo quando avremo definitivamente tolto l’artista dal fiume potremo tornare in una dimensione probabilistica della nostra esperienza e, chissà, riuscire a vivere la vita come un’opera d’arte. Non è questo un rinvenimento, ma per tutta l’umanità dell’aura?