L’artista serba negli ultimi anni esplora e crea dispositivi di meditazione esibendoli al pubblico. Nel piano terreno del museo erano creati tre diversi ambienti di meditazione con “oggetti transitori” , uno con letti, l’altro con sedie e il terzo con delle strutture verticali dal taglio moderno, freddo; questi arredi erano intagliati di diamanti e pietre preziose, con l’obiettivo di creare aura, campi energetici. La fruizione dell’installazione era prescrittiva: io ero osservatrice, ma gruppi di persone si erano precedentemente accordati per essere partecipanti, firmando un contratto che li vincolava per due ore a abitare quegli ambienti, ad occhi chiusi in silenzio e scalzi, transitando dall’uno all’altro (e dall’una all’altra postura: eretta, seduta e supina) secondo tempi stabiliti, condotti da alcune guide. Noi osservatori eravamo sollecitati a essere voyer, scrutando la loro immobilità anche fin nel dettaglio delle reazioni corporee, con l’utilizzo di appositi canocchiali posti lungo la balconata che sovrastava i tre ambienti. La dichiarazione di intenti poetica che si poteva leggere sul foglio-guida (la possibilità di “entrare in contatto intimo col gruppo dei partecipanti”) non ha minimamente corrisposto alla mia esperienza. Coglievo l’aspetto costrittivo dello spazio-tempo che i partecipanti erano chiamati a abitare, e scrutarli dall’esterno non mi portava affatto a sentirmi insieme a loro. Percepivo invece in questa installazione un modo di esporre l’esperienza meditativa al consumo, di farne oggetto culturale gonfiandolo di falsa aura. La proposta aveva a mio parere un sapore artificioso, alla moda: un dispositivo interattivo, certo, ma che introduce l’interazione voyeristica e di quarta parete del teatro tradizionale, e incornicia la meditazione in un contesto d’arte contemporanea, più per ribadire narcisisticamente la genialità/originalità dell’artista creatore, che per permetterci di condividere insieme forme ‘altre’ di condivisione, percezione e immaginario.