L’estetica relazionale secondo Nicolas Bourriaud!!!!!!! Bourriaud è curatore d'arte che sperimenta e propone nuovi modelli di gestione dei musei contemporanei. Fra il 1999 e il 2006 ha diretto a Parigi il Palais de Tokyo; dal 2007 cura l'arte contemporanea alla Tate Britain di Londra e il Parco d'Arte Vivente a Torino. Accanto all’attività curatoriale nell’ultimo decennio ha dato alle stampe brevi libri che propongono incisive visioni sull’arte contemporanea, provocando ampie discussioni. Il primo di questi volumetti, di cui mi occupo qui, è appunto Estetica relazionale, cui sono poi seguiti Postproduction e The Radicant, tutti tradotti di recente in italiano. Estetica relazionale ha scatenato un acceso e infuocato dibattito sull’arte partecipatoria, con interventi anche molti critici (rispetto all’approccio valorizzante di Bourriaud) verso il diktat contemporaneo della “partecipazione”, fra i quali i libri dell’architetto Markus Miessen e della studiosa d’arte Claire Bishop. Ma di questo dibattito posteriore non mi occupo, limitandomi per ora al punto di partenza: cos’è l’estetica relazionale secondo la proposta di Bourriaud?

Innanzitutto, propone lo studioso, è una tendenza, è un nuovo tipo di estetica verso cui si orienta l’arte degli anni Novanta. Bourriaud scrive che l’arte contemporanea si flette “verso la zona del feed-back” : “da qualche anno si moltiplicano i progetti artistici conviviali, festivi, collettivi o partecipativi, che esplorano multiple potenzialità della relazione con l’altro. Il pubblico è sempre più e all’improvviso preso in considerazione” (p. 69). Molti artisti tengono conto, nel processo di lavoro, delle comunità istantanee di osservatori-partecipanti che le incontreranno, spesso incitando gli spettatori a prender parte del dispositivo che creano, a farlo vivere, a completare il lavoro e a partecipare all'elaborazione del suo senso. Il critico porta vari esempi di creazioni e installazioni degli anni Novanta, che propongono, più che oggetti/opere, modalità di relazione e interazione con i visitatori/partecipanti, sperimentando e mettendo in gioco territori di intersoggettività.

L’arte contemporanea pare tendere all'immaterialità perché produce, più che 'oggetti estetici', dispositivi di convivialità e di incontro: molti artisti “propongono in quanto opere d'arte momenti di partecipazione sociale o oggetti produttori di partecipazione sociale” (p. 34); producono “spazi-tempo relazionali, esperienze interpersonali che tentano di liberarsi dall'ideologia della comunicazione di massa; in qualche modo producono luoghi in cui si elaborano modelli di partecipazione alternativi, critici, momenti di convivialità costruita” (p. 46). Bourriaud aggiunge che questo avviene al di fuori di una orizzonte di riferimento utopico, poiché oggi pare più urgente “inventare relazioni possibili coi propri vicini che scommettere sul futuro”. Osserva: “Oggi si gioca gruppo contro massa, vicinato contro propaganda, low tech contro high tech, tattile contro visivo. E sopratutto il quotidiano si rivela un terreno ben più fertile della cultura popolare” (p. 48)

Bourriaud ci invita tutti (spettatori, partecipanti, critici, storici) a porre a questa arte nuove domande. Non ci chiederemo più, ad esempio, quale rappresentazione del mondo ci propone una certa opera o evento artistico, ma piuttosto quale ambito di scambi intersoggettivi esso genera, quali modellizzazioni delle forme di incontro e convivialità propone.

Bourriuad ci chiede inoltre di prendere in considerazione, più che la singola opera, gli spazi di fruizione dell’arte contemporanea, nella loro valenza di assembramento e aggregatoria. Viviamo, scrive, in una “civiltà della prossimità”, dove il modello cittadino si è esteso alla quasi totalità dei fenomeni culturali; tale “regime d'incontro intensivo” ha prodotto una forma d'arte corrispondente, “che assume come tema centrale l'essere-insieme, l'elaborazione collettiva del senso”. Così le esposizioni artistiche “rinserrano lo spazio delle relazioni”, offrono uno spazio di consumo collettivo (a differenza della letteratura e della TV che rimandano a spazi di consumo privato) e producono una partecipazione sociale specifica, nell'insieme degli 'spazi di incontro' proposti dalla città, diversa da quella offerta dal cinema e dal teatro (dove, a suo parere, le piccole collettività assemblate possono commentare solo a posteriori ciò che vedono).

Al contempo, con il concetto di estetica relazionale, Bourriaud intende anche proporre un tipo di approccio e di sguardo critico all’arte tutta. Ci ricorda che “la transitività costituisce una costante dell'opera d'arte, in ogni tempo”, che la pratica artistica non è mai chiusa (Godard diceva che bisogna essere in due per fare un'immagine, e Delacroix scriveva nei suoi diari che un quadro riuscito condensa momentaneamente una emozione ed è lo sguardo dello spettatore a farla rivivere). L'estetica relazionale applica allora all’arte, alla sua storia e ai suoi modi di operare, uno sguardo molto diverso rispetto alla estetica formalista, che guarda all'opera d'arte come composizione, considerandone lo stile e la firma; l'estetica relazionale guarda piuttosto ai lavori artistici come formazioni che inventano relazioni dinamiche fra soggetti, che mettono in gioco interazioni umane, che propongono di volta in volta mondi da abitare (p. 21).

Composto di una serie di saggi, alcuni generalisti, altri dedicati a singoli artisti, Il volumetto di Bourriaud apre intorno all’estetica relazionale varie prospettive e approfondimenti. Interroga la relazione fra le estetiche relazionali e le nuove tecnologie dell’interattività virtuale; cerca di sostanziare filosoficamente e sociologicamente le prassi artistiche relazionali; stabilisce le connessioni dell’estetica relazionale con il modernismo, e d’altro lato la distingue con forza dalle correnti minimaliste e concettuali dei decenni precedenti (anni Sessanta e Settanta), volendola affermare come tendenza peculiare, nuova, contemporanea. Ma piuttosto che entrare in merito a questi diversi aspetti, mi interessa interrogare un’assenza eclatante dal libro di Bourriaud: il teatro contemporaneo in tutte le sue forme interattive, rituali e partecipatorie.

Il teatro contemporaneo è andato infatti evolvendo sperimentalmente nella stessa direzione che Bourriaud ritiene così cogente per le arti visive: da rappresentazione di un testo o di una storia, a dispositivo che sperimenta, per la durata dell’ evento, modelli di partecipazione e di condivisione creativa. E’ proprio il teatro a cui si è sempre è dedicato “The Clouds”, e per inciso, è giusto ricordare che la realtà teatrale da cui è nata “The Clouds”, Zeroteatro, dal 1997 sperimenta radicali estetiche relazionali, creando appunto, non spettacoli, ma flessibili dispositivi partecipatori e conviviali da applicare in contesti di teatro territoriale, nomade e di intervento: la festa teatrale, il racconto rituale, la proposta conviviale di impro-bar e il roll-in – play yourself (una sorta di milonga teatrale), sono solo alcuni dei tanti flessibili modi di operare di questa originale ricerca. Queste sperimentazioni non sono isolate, avvengono in un campo vasto di operosità teatrale dove molti gruppi e compagnie, senza magari arrivare come Zeroteatro alla radicale abolizione della forma-spettacolo, ne hanno reso più aperto l’aspetto interattivo e transitivo: per restare all’Italia, si pensi alla popolarità del 'teatro da mangiare', nelle sue tante forme, che hanno visto nascere accanto al racconto teatrale una convivialità fatta di condivisione di cibo; ai dispositivi interattivi e di profonda implicazione sensoriale che reggono le drammaturgie degli spettacoli del Lemming; agli ultimi lavori dei Motus, che includono gli spettatori nello spazio scenico – e nel grido politico di rivolta al nostro tempo; pensiamo anche al Teatro Sotterraneo, che lavora alle frontiere fra teatro e performance, sui meccanismi della manipolazione fra attore e spettatore, e ai più dolci e accoglienti dispositivi partecipatori messi in atto dal teatro degli incontri di Gigi Gherzi…

Ma allora? Il teatro è utile per pensare l’estetica relazionale, l’estetica relazionale è utile per capire le frontiere del teatro contemporaneo? Certamente sì: è dannoso coltivare l’ignoranza reciproca di ciò che accade su diverse sponde artistiche della nostra contemporaneità (l’ignoranza riguarda in realtà i critici e gli storici più che gli artisti, molti dei quali si muovono da tempo in ottica transdisciplinare travalicando i generi artistici); è molto meglio frequentarsi e discutere. A questo proposito, stando ai limiti di spazio, avanzo almeno due iniziali sommarie considerazioni: 1) Il concetto di estetica relazionale può sembrare troppo ovvio e scontato per il teatro, che da tempo si definisce e si pensa (in opposizione alle arti della società di massa) come arte relazionale per eccellenza, proprio per le caratteristiche intrinseche del fatto teatrale: la condivisione e l’ interazione fra attori e spettatori nell’hic et nunc della durata dell’evento. 2) D’altronde il concetto di estetica relazionale, così come viene proposto da Bourriaud, può essere utile per definire la pregnanza culturale degli odierni teatri transitivi, rispetto al discorso artistico contemporaneo tout-court: le loro direzioni di ricerca, che al coté della rappresentazione preferiscono quello della relazione, anziché apparire marginali e di nicchia, si rivelano decisamente affini alla sperimentazione artistica odierna, se è vero che, come scrive Bourriaud, oggi “la parte più vivace che si gioca sullo scacchiere dell'arte si svolge in funzione di nozioni interattive, conviviali e relazionali” (p.8). Si potrebbe anzi avanzare l’ipotesi, che qui accenno soltanto, che i teatri transitivi costituiscano, in alcuni casi, la frontiera avanzata di tutto questo campo di sperimentazione artistica.