La prima, meravigliosa: Leviathan (il Leviatano) di Ansih Kappor. La creatura immensa che lo scultore anglo-indiano aveva pensato e progettato per Monumenta 2012 (una prestigiosa manifestazione francese d’ arte contemporanea, ora giunta alla sua quinta edizione, che ogni anno commissiona una grande opera monumentale a un diverso artista) era collocata dentro alla vasta, affascinante architettura in ferro e vetro del Grand Palais di Parigi . Il Leviatano di Kappor era un gonfiabile (! banale gomma del divertimento di massa dell’infanzia di oggi dentro all’elegante struttura!) che riempiva il volume vuoto del Grand Palais rendendolo stranamente e mostruosamente percepibile; noi visitatori potevamo girare intorno alle sue immense pance tonde o anche entrarci dentro e trovarci all’interno, al buio. Il suo Leviatano chiedeva un’esperienza percettiva deambulante che per me è stata particolarmente intensa e che porterò sempre nel cuore. Quando sono entrata nel suo enorme ventre, forse grazie alle invisibili tracce musicali lasciate da un breve concerto appena terminato, le 60 o 70 persone che si trovavano all’interno hanno cominciato all’unisono, in penombra, a emettere suoni. Essere insieme: eravamo una coralità tutta contenuta un quell’unica pancia, e presto dall’esterno qualcuno si è messo a rispondere. La spessa membrana del Leviatano è diventata superfice sonora, su cui le persone, da fuori, imprimevano colpi sonori, mentre alcuni di noi si rispondeva da dentro; uno strano metafisico dialogo si è sviluppato fra il dentro e il fuori, uno splendido ritmo vibrante ci ha coinvolto in uno spazio-tempo altro, meditativo e magico. Sono rimasta dentro a lungo, poi a deambulare fuori, il più a lungo possibile, ascoltando e respirando il volume sonoro del Leviatano. Ho voluto poi leggere il quaderno dove i visitatori potevano scrivere o disegnare le loro impressioni e ne ho copiate molte: chi testimoniava di essersi sentito come nel ventre della balena di Pinocchio, chi scriveva di aver percepito, nel profondo, il cuore materno… Fra tutte, mi piace tradurre almeno l’appunto esatto e pertinente di un professore di arti visive: “Lo spazio come sempre è utilizzato con maestria da Anish Kapoor. L’interattività non è gratuita come in certe opere contemporanee, permette di fare realmente dialogare tutti i corpi: corpo dell’opera, corpo degli spettatori e tutti gli altri corpi fantasmatici che gonfiano il nostro immaginario”.