Nata in Pennsylvania da genitori immigrati da Taiwan, studente alla Columbia University di New York e convinta di poter rilanciare nel XXI l’eredità di Saul Aklinsky, il teorico dei «community organizer» a cui si ispira il presidente Barack Obama, Candy Chang trova la sua ispirazione durante un soggiorno di studio nel 2007 in Sudafrica. In una zona di periferia di Johannesburg, la capitale che ancora mostra le ferite dell’apartheid, erige una lavagna di tre metri affiancandola alla parete di una casa cadente. Sopra ci scrive «Before I Die I Want To» ovvero l’invito a confessare per iscritto ciò che si vuole fare prima di morire. La scommessa è innescare una confessione pubblica dei desideri più privati, al fine di far conoscere agli altri qualcosa in più di se stessi. Le prime risposte sono «dar da mangiare a un elefante» e «comprendere».

In pochi giorni il muro-lavagna si riempie di scritte e Candy Chang vede confermata l’intuizione che è la parola scritta lo strumento per creare un «Centro civico» nel bel mezzo dell’età digitale. «Civic Center» diventa così l’organizzazione, basata sul volontariato, che cura e promuove la creazione delle «lavagne parlanti» ovunque possibile. Nel 2008 è il turno di Brooklyn, all’angolo fra l’affollato corso commerciale di Fulton Mall e il traffico del Brooklyn Bridge Boulevard, dove resta fino a due mesi fa mentre ne sorgevano altre a New Orleans, Montreal, Portsmouth, Minneapolis, Washington, Savannah e Chicago in Nordamerica ma anche altrove da Almaty in Kazakistan a Queretaro in Messico, dal Portogallo all’Olanda. Ciò che colpisce è la chiarezza e varietà dei desideri espressi nelle scritte di gesso.

Sulla parete di Brooklyn c’è chi ha scritto «voglio trasformare in cose giuste tutti i miei errori», «comprendere l’intento della mia vita», «essere libero», «essere motivo di onore per i miei genitori» mentre a New Orleans campeggiava un grande «andare in Israele» circondato da «danzare» e «salvare la mia anima».

Per il magazine «The Atlantic» si tratta di «uno dei più grandi progetti comunitari mai creati», il magazine di Oprah Winfrey gli ha dedicato un numero intero e l’anchorman Brian Williams della tv Nbc ha portato la giovane artista in studio per farle raccontare nell’ora di massimo ascolto come «tutti posso creare una lavagna Before I Die» grazie ai mini-kit messi a disposizione gratuitamente dal «Civic Center», la cui missione è di moltiplicare i punti di confessione collettiva e incontro fra persone che non si parlano pur vivendo una vicina all’altra. «Fino a quando è stata qui a Brooklyn questa lavagna era diventata un punto di attrazione e ritrovo - racconta un agente di polizia di servizio alla stazione della metro di Borough Hall - la gente veniva da ovunque, facendo la fila per scrivere cosa ha in mente di fare prima di morire».

Poiché Candy Chang è un’artista con la passione per la sociologia, altro legame con gli scritti di Alinsky, impegna risorse e tempo per documentare e esaminare ciò che la gente scrive sulle sue lavagne. Il risultato è una radiografia dei desideri espressi. Ciò che emerge è che la volontà più ricorrente, ovvero nel 15 per cento dei casi, è di «andare in terre lontane» prima di morire mentre il 10 per cento degli anonimi autori ha scritto, con formulazioni molto differenti, di volersi ricongiungere in una maniera o nell’altra ai propri famigliari, il 2 per cento vuole semplicemente «diventare ricco» e, fanalino di coda, l’1 per cento ha il sogno di «scrivere un libro» prima di abbandonare la vita terrena, mostrando attaccamento fisico ad un prodotto che sul mercato sembra invece condannato a soccombere dal confronto con gli ebook.

Si tratta di una miniera di pensieri umani in costante ampliamento e trasformazione: basti pensare che vi sono almeno altre venti grandi lavagne «Before I Die» in via di costruzione, dall’Alaska a Londra, da Perth in Australia e Cortez in Colorado, grazie ad una moltitudine di volontari del Civic Center che aggiornano sul comune sito Internet i pensieri che più li colpiscono. Ecco alcuni esempi: «Voglio avere la migliore salute possibile», «andare alle Olimpiadi» o, assai più semplicemente, «avere coraggio». Per Candy Chang è la conferma che le scritte in gesso consentono di «ricordare ciò che la frenesia quotidiana spesso ci fa dimenticare di noi stessi» e a chi le contesta l’incitamento ai graffiti selvaggi, ribatte che «è vero l’esatto contrario perché chi si sfoga sulle mie lavagne non lo fa altrove». (in La Stampa del 19/5/2012)

(rif cartaceo: seconda pagina)