la società nel suo insieme sta maturando un nuovo assetto della propria natura rappresentativa, passando dalla dimensione verticale eterodiretta a quella, ormai arcinota, ed orizzontale della rete. Inutile sottolineare, anche perché la presente rivista ne è una collezione ormai decennale, tutti gli effetti che la rete e il suo rivoluzionario modello interattivo hanno sui nostri costumi e come sia evidente la nascita di una nuova sensibilità (e a chi non bastassero queste poche battute può indagare a partire dalle tesi di Marshall McLuhan e/o di Guy Debord). Mi chiedo da anni però, perché l’arte, che vanta tante avanguardie rivoluzionarie e anticipatrici, sia in questo tempo una pratica di retroguardia, ancora così incentrata sul concetto autoriale e proprietario di opera (SIAE, diritti d’autore), così, mentre tutto sembra sfuggire alla logica della celebrazione dell’individuo solitario e geniale, carico di segreti da scoprire per lasciare il posto al rito dell’intelligenza collettiva e alla piena condivisione delle proprie risorse (open source, common creative, copyleft) in altre parole al concetto che siamo tutti potenziali creatori, mi ritrovo a pensare che qualcosa nel quadro generale non mi torna. Forse che sia la stessa mia preoccupazione, in veste d’artista, errata perché è l’artista stesso che è destinato a scomparire e così io, ignaro, mi sto scrivendo il mio requiem? Infatti se siamo tutti artisti quale potrebbe essere la logica conclusione? Tutti e nessuno? Il che spiegherebbe almeno fino ad oggi la difficoltà a condividere spazi e risorse economiche con chi non riesce a riconoscere ancora la funzione di un “nuovo” tipo d’artista. Una domanda che risulta legittima potrebbe essere: che fa un artista che non è più incentrato sulla produzione di opere d’arte proprietarie? Si torna ad una situazione pre-rinascimentale dove fiorivano copiosi gli autori ignoti che vivevano spesso per un giaciglio e un tozzo di pane? O addirittura alla pre-civilizzazione? Dove nelle tribù c’erano sì delle eccellenze, ma nessuna specializzazione, tutti sapevano cantare, suonare, adornare così come costruirsi una capanna. Ho già detto altrove come, a mio avviso, un sintomo di fine d’epoca sia il fiorire di ogni sorta di musei e la corsa di molti per averci un posto; per il teatro (ortodosso e non) poi intravedo un destino non diverso da quello toccato all’opera lirica. E quando la corsa sarà finita? I posti esauriti? Gli scaffali tematici sigillati? E poi la crisi che ci porta veloce verso l’essenza? Mi pare di poter dire che si creerà un modello misto: Da un lato artisti come stelle cadenti, cioè coloro che accettando solo un loro potenziale bagliore dettato da media/mercato/pubblicità sapranno sopportare il l’ineludibile silenzio mediatico a seguire, o con un immagine televisiva, “stelle per una notte” e dall’altra l’istaurarsi della figura di un artista che, come un tempo il contadino (penso ai nostri anni ‘50) non potrà più solo contare sul frutto della terra per il sostentamento, ma dovrà adoprarsi in altri lavoretti e che per l’artista sarà la capacità di attivare il suo sapere in tutto quel mondo attiguo all’opera che è in una sola parola il laboratorio inteso nella più ampia delle sue accezioni (visione questa che vale come anticipo di un contributo di Roberta Gandolfi sul tema dell’arte relazionale nella prossima edizione). Dunque né cinque né cinquanta, sì mi auguro di non essere finito con questo discorso nella trappola dell’eroe e/o prigioniero, anche perché essere della truppa mi pare oggi più che mai un motivo di orgoglio e se non si fosse capito io ho optato per l’opera laboratorio aperto… di Giorgio Degasperi

(rif. cartaceo: prima pagina)