avere prova di quella capacità di interazione, che alle nostre latitudini è svanita o meglio si è dissolta in una non bene identificata emancipazione dalla povertà, che ha portato implicitamente al rifiuto o alla rimozione di modi e costumi propri dei “poveri” e a divenire dei nuovi “ricchi”. Non c’è che dire in Est Europa abbiamo incontrato spesso una società vagamente pasoliniana, in cui si mischiano, pudore, curiosità e spregiudicatezza, e, per noi soprattutto in Ex Jugoslavia., forme di atti creativi condivisi ancora molto sentiti. All’opposto in Spagna, cioè a Barcellona, potrei dire che ho vissuto (non più in gruppo) la piena immersione dentro un mondo espresso bene da un concetto, che gli stessi catalani hanno coniato: il divertimentificio. Una cultura dell’abbondanza e della sazietà dove prevalgono, invece, umori come la sfrontatezza, il pregiudizio e la noia. Con l’effetto di una ricerca ossessiva di qualche forma di “sballo” che sia una smodata eccentricità o il vero mondo delle sostanze (che comunque andrebbero liberalizzate a priori ed ovunque). Barcellona è una punta di diamante della china che ha preso la cultura occidentale (e che sia in salita o discesa ce lo diranno dei posteri le sentenze) ed è evidente come la capitale separatista si sia dotata ormai di una filosofia dell’effimero (tra cui spicca lo slogan del 2010 per presentarsi a livello turistico internazionale: “siamo la boutique a cielo aperto più grande del mondo”). Questo sapore dell’effimero, purtroppo, si ritrova anche nelle diffuse pratiche di politica dal basso. Sembra tutto ricadere dentro la ridondante cornice della fiesta latina. Non voglio dire con questo che non sia onesto l’impegno degli artisti, ma delle miriadi di proposte poche davvero hanno radici. Per tornare a me e alla mia personale necessità di praticare l’arte partecipata, sono poi solo due le esperienze degne di nota che ancora risuonano a distanza di due anni, e di queste due una sola con un portato vagamente popolare. La prima è, o meglio era, il gruppo CUE (ultima attività documentata 2010, ma il progetto a livello europeo continua) che organizzava delle jam session multi-disciplinari aperte a tutti una volta al mese seguendo un nomadismo dei luoghi, cioè a dire sempre in diversi spazi cittadini. La seconda, e questa per lo meno continua, era un appuntamento settimanale, aperto a tutti nel centro civico della Barceloneta, per una jam di danza contact. Devo dire che ho provato un moto di gioia a incontrare tanta gente (quasi sempre non meno di 40/50 e di ogni età ed estrazione sociale, anche se la maggioranza era di fascia medio alta) praticare questa speciale forma di danza in cui ci si può esprimere a qualsiasi grado di capacità e consapevolezza. In ambito partecipatorio non si può non menzionare qualche jam musicale in diversi locali (però per musicisti decisamente esperti). E per finire ovviando le considerazioni sulla scena teatrale in generale va sottolineata la dilagante presenza, soprattutto negli ambienti alternativi di progetti di circo (e dunque di panem?). Tutto questo per dire che, memore delle esperienze vissute all’estero e curioso di quello che avrei trovato in “madrepatria”, mi ci sono voluti due anni per capire che qui il panorama non presenta grandi cambiamenti. Certo la macchina del divertimentificio se non bloccata appare almeno rallentare, grazie forse alla crisi. Mi pare, anche, che si sia aggiunta una certa necessità si sentirsi parte di una comunità, che pur non avendo nulla a che fare con il senso di comunità popolare esistente fino alla fine degli anni ’70, potrebbe però riservare delle sorprese. Dall’innato bisogno che hanno proprio i gruppi identitari a sviluppare degli immaginari originali e soprattutto propri rituali, potrebbe, infatti, esserci un ulteriore innesto del teatro partecipatorio visto che per ora il teatro ortodosso è e riamane troppo vincolato all’idea di teatro dell’arte, ereditata dalla cultura borghese, o manifestista fino alla nausea post-avanguardista.. Tengono duro invece le esperienze di teatro sensoriale (vedi Lemming), di teatro transitivo (Stalker) così come, sul versante più sociale, il teatro forum (Gialli-Boal) e il playback theatre (italiana) tutte esperienze che, per inciso, insieme agli studiosi del settore, ci auguriamo di rincontrare in occasione del 2° Convivio Internazionale auto-convocato sulle Arti Transitive del 28/30 settembre 2012 (in luogo ancora da destinarsi). Però c’è dell’altro… sì perché almeno sul piano dell’organizzazione del sistema teatro direi che ci sono due novità, l’occupazione del teatro Valle a Roma e la rinascita delle piccole compagnie teatrali (di cui diamo notizia nella pagina centrale), tutte e due infatti sono quasi totalmente auto-finanziate con i proventi del proprio lavoro. Dico non è poco, anzi sembra una tale inversione di tendenza che c’è da essere speranzosi sul fatto che prima o poi, oltre nell’emancipazione dai finanziamenti, ci sia pure una più marcata tensione al “auto-creazione” di contenuti. Sì, perché mi pare che ci vuole un doppio del coraggio ad intraprendere autonome vie di sopravvivenza e al contempo di espressione, mentre è un po’ un gioco a nascondino liberarsi da un lato del “mantenimento” pubblico e però tenere saldi i piedi dentro la materia rassicurante di ciò che è già ri-conosciuto. Ma per dirla veramente tutta, sono solo due anni che sono rientrato, e mi/vi chiedo: “ma non è che l’unico ad aver vinto da noi la partita sulle scene è il buon vecchio willy (detto lo squotipere) e tutto il museo che gli fa da codazzo, il Luigi P., il Jean-Baptiste Poquelina detto M, il Carlo G. ecc.? Oh però mi dicono che sta anche tornando alla grande il Bertod B… Allora se non è per forza teatro rituale che sia almeno teatro attuale…

(rif cartaceo: prima pagina)